venerdì 04/10/2019

IL M5S FA 10 ANNI

COME SI CAMBIA – 2009-2019 – IL 4 OTTOBRE DI DUE LUSTRI FA NASCEVA LA “NON ASSOCIAZIONE” CHE OGGI È AL GOVERNO. E SI È FATTA PARTITO

In principio era un non partito, anzi una “non associazione” con un “non Statuto”. Una rivoluzione, da scatenare senza soldi, strutture, alleati e con un pugno di regole. Dieci anni dopo, il Movimento ha un capo politico, gerarchie, norme, cavilli e fondi da versare. Un partito magari ancora un po’ meno partito degli altri, ma che con le forze politiche ha governato e governa, disposto a contaminarsi anche nelle Regioni, nei Comuni, ovunque. Tutta un’altra cosa dalla creatura immaginata da Beppe Grillo e soprattutto da Gianroberto Casaleggio, l’architetto della cosmogonia a Cinque Stelle, che era solito dire: “Ogni volta che deroghi a una regola, praticamente la cancelli”. Invece, in un sabato di settembre, il capo politico Luigi Di Maio ha teorizzato l’opposto: “Il Movimento si chiama così perché non è conservatore e si adatta al campo di battaglia”. Ergo, si può cambiare tutto nel M5S che oggi celebra i dieci anni nel giorno di San Francesco, patrono dell’Italia dei mille partiti.

Dal non partito alla struttura

L’utopia se ne stava nella prima riga. “Il Movimento 5 Stelle è una non associazione” spiegava con grinta surrealista il non Statuto del dicembre 2009. Per poi assicurare al punto 4: “Il M5S non è un partito né si intende che lo diventi in futuro”. Lo stesso capoverso dove aborriva “la mediazione di organismi direttivi o rappresentativi”. Ma già tre anni dopo, in vista delle Politiche del 2013, Grillo rendeva di carne la sua creatura, costituendo l’associazione Movimento a 5Stelle con sede a Genova. Così recitava l’incipit dello Statuto (senza il non davanti) dove l’artista si proclamava presidente, con il nipote a fargli da vice e un commercialista come segretario. Un pezzo di carta che era un atto di proprietà. E salutoni a quella frase del non Statuto, “la sede coincide con l’indirizzo http://www.beppegrillo.it”, come a dire che il Movimento doveva respirare solo nel suo liquido amniotico, il web. Però il passaggio in un’altra èra lo segna lo Statuto del dicembre 2017, quello in cui Di Maio e il suo sodale Davide Casaleggio ribaltano definitivamente lo schema. “È costituita l’associazione Movimento 5 Stelle con sede legale in Roma”, e significa che il potere si è spostato nella città dei Palazzi. Ormai l’habitat di Di Maio, che il documento eleva a “capo politico”, colui che ha “tutti i necessari poteri di ordinaria amministrazione”, in carica per cinque anni e “rieleggibile per non più di due mandati consecutivi”. È lui a guidare il M5S dove una volta uno valeva uno e dove Grillo si fa di lato, stanco delle fatiche di gestione e della pioggia di cause da dissidenti ed ex iscritti. Ma il fondatore resta comunque come Garante, teoricamente in grado di proporre la destituzione di Di Maio agli iscritti (“l’assemblea”): un altro organo insieme al comitato di garanzia e al collegio dei probiviri. Ma il vero, terzo corno del potere è Casaleggio che controlla la piattaforma web Rousseau, ossia che ha le chiavi della macchina a 5Stelle. Comunque affine al Di Maio che è troppo capo, urlano da tempo certi big, e che quindi deve delegare. Certo, non sarà il Direttorio a cinque che Grillo fece cadere dal cielo nel novembre 2014 perché era “un po’ stanchino”, e già quello fu l’abbattimento dell’uno vale uno e del no agli organismi di mediazione. Adesso il capo promette “una sorta di segreteria con 18 facilitatori, 12 per aree tematiche e 6 per quelle organizzate” come spiegò in luglio al Fatto. E pensa a referenti territoriali in ogni Regione, a una vera e propria struttura. Ma i big non si accontentano, e invocano una stabile cabina di regia. Ovvero vogliono che venga reso organo ufficiale quel “caminetto” fatto di notabili con cui Di Maio si è consultato durante la gestazione del governo giallorosso.

Niente soldi, tanti soldi

Grillo lo ha ripetuto per anni: “Se togli i soldi alla politica questa diventa veramente gioiosa, brillante, appassionante e onesta”. E così il Movimento non ha mai chiesto una quota di adesione agli iscritti e ha rinunciato da subito a ogni forma di rimborso pubblico, rifiutando decine di milioni di euro. Però di soldi ne servono, alla piattaforma web Rousseau, e infatti Casaleggio ha fatto inserire nel Codice etico l’obolo obbligatorio: “Ciascun parlamentare italiano ed europeo e consigliere regionale eletto si obbliga a erogare un contributo economico destinato al mantenimento delle piattaforme tecnologiche che supportano l’attività dei gruppi e dei singoli parlamentari e consiglieri”. Nel dettaglio sono 300 euro da ogni eletto e il conto si avvicina ai 4 milioni per una legislatura solo dai parlamentari: che d’altronde hanno poca scelta, visto che “ogni eletto si obbliga a utilizzare la piattaforma Rousseau come principale mezzo di comunicazione”. Ma i versamenti andavano e vanno a rilento, con decine di parlamentari che chiedono spiegazioni sull’utilizzo dei soldi. E i mal di pancia hanno un chiaro legame con il nodo delle restituzioni, che a inizio 2018 costò l’espulsione a quattro parlamentari (tutti rieletti, però) che avevano mentito su scontrini e versamenti. Così, nel giugno di un anno fa, il Movimento ha calato regole quanto meno più semplici, con l’obbligo per ogni eletto di restituire un minimo di 2 mila euro al mese e la disponibilità di 3 mila euro per le spese (2 mila per chi risiede a Roma). Una toppa che non ha fermato il malessere. Per questo dal Movimento hanno interpellato l’Agenzia delle entrate, chiedendo la definizione giuridica delle restituzioni. E pochi giorni fa è arrivato il verdetto: “Non si tratta di donazioni, ma dell’adempimento di un obbligo giuridico che i parlamentari sono tenuti ad assolvere”. Musica per le orecchie dei vertici, che hanno inviato il parere a tutti gli eletti. Come a dire: regolatevi.

Quei due mandati certi come le stagioni

Il limite dei due mandati elettivi è un altro dei cromosomi del Movimento. Ancora nel 2017 Grillo scriveva: “Una delle regole fondanti è quella dei due mandati elettivi a qualunque livello, è una norma che non si cambia e non esisteranno mai deroghe a esse”. Ma Di Maio, che l’aveva definita intoccabile (“e questo è certo come l’alternanza delle stagioni” twittò il 31 dicembre) aveva e ha bisogno come ossigeno di una classe dirigente formata e di tenere buono il corpaccione dei 5Stelle. Così pochi mesi fa ha rimosso il vincolo per consiglieri municipali e comunali con il cosiddetto mandato zero, spiegato così dal ministro: “Se vieni eletto consigliere comunale o di municipio al primo mandato e lo completi, poi decidi di ricandidarti e non diventi né presidente di municipio né sindaco, allora quello precedente non vale”. Però l’innovazione è stata presentata male, e il web ha riso di gusto, con il fondatore Grillo in prima fila a citare Julio Iglesias e la sua “Se mi lasci non vale”. Non proprio una benedizione. Però Di Maio ha tirato dritto, e in caso di voto anticipato era già pronto all’ultimo salto, cioè a ricandidare i parlamentari uscenti dal secondo mandato.

Prima che il giallorosso diventasse il nuovo colore di governo, i vertici riflettevano su un post di spiegazione, in cui avrebbero motivato la deroga con la fine anticipata della legislatura per colpa di Matteo Salvini. Poi è andata diversamente. Ma ai piani alti qualcuno è già tornato alla carica, proponendo di candidare i parlamentari in carica nelle Regionali dei prossimi mesi. Tanto Di Maio ha già cancellato un altro principio cardine, nominando viceministro al Mit Giancarlo Cancelleri, capogruppo in Regione Sicilia. E ciaone all’obbligo per gli eletti di completare il mandato.

Avanti alleati, c’è posto

Il Movimento che in dieci anni si è preso tutto, dal governo alle principali città, è sempre sicuro perdente nelle Regioni. Colpa, dicono i numeri, del divieto sacrale di stringere alleanze. Un obbligo che nel 2018 Di Maio è riuscito ad aggirare con il contratto di governo, inaugurando gli accordi post-elettorali. Ma adesso il capo vuole recuperare terreno anche nelle elezioni locali, e perciò a luglio ha ottenuto dagli iscritti il via libera ad accordi con liste civiche, “da sperimentare” sempre “dietro proposta del capo politico”. Novità sollecitata da tempo anche da diversi big, del resto naturale visto che già nel dicembre 2017 Di Maio aveva candidato “esterni” nei collegi uninominali. Però la politica e il pragmatismo di Di Maio corrono veloci. E così meno di due mesi dopo il capo ha cambiato la regola pur di allearsi con il Pd in Umbria. È bastato il sì degli iscritti al “patto civico”, ovvero alla possibilità di sostenere “un candidato presidente civico con il sostegno di altre forze politiche”.

Ventisette motivi per farsi cacciare

Una radicata convinzione è che nel M5S delle origini bastasse un avviso di garanzia per essere automaticamente cacciati. Ma non è vero. Nel Codice di comportamento dei 5Stelle in Parlamento, varato a ridosso delle Politiche del 2013, è previsto l’obbligo di dimettersi solo in caso di condanna in primo grado, mentre in caso di rinvio a giudizio l’addio è facoltativo. Quattro anni dopo, il Codice etico ha ridefinito i paletti, stabilendo che è “incompatibile con il mantenimento della carica la condanna per qualsiasi reato commesso con dolo” e precisando che “il patteggiamento” e la sopravvenuta prescrizione del reato valgono come una condanna. Però il Collegio dei probiviri può decidere per l’espulsione anche in caso di semplice avviso di garanzia di fronte a condotte reputate gravi. D’altronde nel Movimento si rischia di finire fuori anche per tanti altri motivi, visto che nello Statuto sono previsti 27 differenti obblighi per gli eletti, da quello di votare sempre la fiducia a un governo retto dal M5S ai versamenti a Rousseau, fino “all’astenersi da comportamenti che possano risultare di ostacolo per l’attuazione del programma”. Però non possono essere Di Maio o Grillo a cacciare un eletto. A differenza delle origini, ora bisogna passare per forza dal “processo” interno con passaggi e tempistiche regolate nero su bianco. Perché ricorsi e cause hanno lasciato il segno. E il M5S è diventato un’altra cosa.

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