
Federico Geremicca
roma
Ve li ricordate Beppe e Matteo in quel gelido febbraio di cinque anni fa? Sala del Cavaliere, palazzo di Montecitorio, tricolore e bandiera europea alle spalle di un tavolo massiccio e scuro. La diretta streaming consegnò agli italiani un duello rusticano segnato da una evidente, massima e reciproca disistima. Beppe: «Sei una persona non credibile… ogni volta che cambio canale ci sei tu, sei una macchietta». Matteo: «Non so se sei in difficoltà con la prevendita, ma questo non è il trailer del tuo show… Esci da questo blog, Beppe».
Cinque anni non sono un attimo, certo: ma fa comunque effetto ritrovare Grillo e Renzi negli abiti di costruttori di un patto che, se ipotizzato due mesi fa, ti avrebbe fatto prendere per matto. Ancora oggi, in verità, i rapporti tra il Partito democratico e il Movimento cinque stelle sono quelli che sono, ma il confuso ammassarsi di cortocircuiti politici, paure del voto, disegni segreti – e mettiamoci pure i residui di sensi di responsabilità – ha prodotto un risultato fino a ieri difficilmente immaginabile: il «partito di Bibbona» vuole allearsi col «partito di Bibbiano» (offensiva definizione coniata, non è inutile ricordarlo, da Luigi Di Maio).
Cosa è successo, da allora a oggi, da render perfino plausibile un patto ancor più eccentrico di quello stipulato e poi stracciato tra gialli e verdi? E cosa spinge Grillo e Renzi – i motori primi della possibile intesa – a metter da parte solidissimi rancori per tentare un’alleanza di governo che Beppe e Matteo avrebbero considerato, fino a ieri, il peggio possibile?
La Santa Alleanza
Il primo motivo – il più evidente – ha un nome, un cognome e perfino un soprannome: il Capitano. Il dilagare di Matteo Salvini ha spaventato il Partito democratico e stancato il Movimento: sentimenti, entrambi, ingigantiti dal timore di uno show down elettorale ravvicinato. Si può dire, allora, che l’inattesa Santa Alleanza venga tentata prima di tutto per paura? Sì, si può senz’altro dire, senza che la cosa, naturalmente, risulti offensiva per nessuno.
Gli equilibri interni
Il secondo motivo è complementare al primo ma in parte lo complica, rendendo la partita per il governo ancor più indecifrabile: si tratta dei rapporti di forza all’interno del Movimento e del Partito. E naturalmente dei progetti personali (ovviamente divergenti) di questo o quell’altro leader.
Si prenda il Pd e semplifichiamo: il segretario in carica, Nicola Zingaretti, preferirebbe andare al voto per recuperare un po’ di consensi rispetto all’anno scorso, stabilizzare la propria leadership e assestare un colpo allo strapotere che Renzi esercita sui gruppi parlamentari. Ma Renzi ha un calendario del tutto diverso: allontanare il voto per difendere la propria vasta pattuglia di parlamentari e avere il tempo di mettere con i piedi per terra una possibile scissione (e ieri, infatti, è tornato sul punto: «Non è detto che il Pd arrivi tutto insieme alle elezioni»).
Il Triangolo delle Bermuda
E nel Movimento non è che lo cose siano messe meglio. Di fronte al rischio di una vera e propria emorragia elettorale tutto sembra traballare: poco si capisce di quel che accade nel Triangolo delle Bermuda (Di Maio-Fico-Di Battista) e ancor meno del possibile punto di caduta dello scontro tra i tre. Tornare col Capitano? Fidarsi del «partito di Bibbiano»? Accettare il rischio del voto subito per placare il crescente dissenso della base?
«Noi siamo i nemici fisici di quello che rappresenti – disse Beppe a Matteo nella Sala del Cavaliere -. La nostra stima non ce l’hai». «Mi spiace – rispose Matteo a Beppe – ma somigli a un incrocio tra Gasparri e la Biancofiore». Dovremmo dire che è vero, dunque, che il tempo cancella le ferite e perfino le offese: ma aspetteremmo ancora un po’, viste le incongruenze e i rancori che lastricano la strada verso il più inedito e inatteso governo della storia Repubblicana. —
