
I capigruppo hanno deciso: Giuseppe Conte parlerà nell’aula del Senato il 20 agosto. Solo che la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia non sono d’accordo: per il Carroccio il premier doveva presentarsi a Palazzo Madama il 14 agosto, ma per farsi sfiduciare. E quindi il calendario dei lavori che scandisce i tempi della crisi di governo dovrà passare dall’Aula: si esprimerà a maggioranza martedì 13 agosto alle 18. In teoria dovrebbe essere una formalità: i capigruppo del Movimento 5 stelle, del Pd e del gruppo Misto – che insieme sulla carta rappresentano 173 senatori, la maggioranza – erano già d’accordo. La rigida interpretazione delle regole della presidente del Senato, però, ha imposto una ratifica dell’intero emiciclo visto che la decisione nella conferenza dei capigruppo non è arrivata all’unanimità. Già in mattinata Maria Elisabetta Alberti Casellati aveva fatto sapere -citando le norme – che “la convocazione dell’Assemblea, nell’ipotesi in cui il calendario dei lavori non venga approvato in capigruppo all’unanimità, non costituisce forzatura alcuna, ma esclusivamente l’applicazione del regolamento. L’art. 55, comma 3, prevede infatti che sulle proposte di modifica del calendario decida esclusivamente l’Assemblea, che è sovrana. Non il presidente, dunque”.
Pd e Leu contro Casellati: “Accelera, regalo a Salvini” – Un modo per provare a non intestarsi alcune decisione. Che al renziano Andrea Marcucci non basta. “Questo è uno spettacolo indegno, una forzatura gravissima quando nella capigruppo c’era l’accordo della maggioranza su Conte che avrebbe riferito il 20 in Aula. La presidente del Senato forza il calendario per fare l’ennesimo favore a Salvini. I diktat della Lega non possono cambiare i numeri in Parlamento. Domani l’aula lo dimostrerà”; dice il capogruppo del Pd al Senato parlando di “ennesimo oltraggio al Parlamento”. Anche Loredana De Petris, di LeU, accusa Casellati di “piegare il regolamento a chi ha deciso dalla spiaggia, attentando alla possibilità dei senatori di svolgere il proprio mandato”.
La conta: in aula sarebbero 159 a 137 – Il timore dei senatori di centrosinistra, infatti, è uno: riusciranno tutti i senatori del Pd, del M5s e del Misto a rientrare a Roma in tempo per votare il calendario dei lavori? E dunque respingere l’assalto di Matteo Salvini, che domani intende far votare la sfiducia a Conte il 14 agosto, per anticipare le comunicazioni all’aula dello stesso premier il 20? Secondo fonti dem i senatori che sarebbero pronti a sedersi al loro posto già domani sono 102 del M5s su 107, 45 del Pd su 51 e 12 del Misto: in totale 159 parlamentari, contro i 137 voti potenziali di Lega, Fi e Fdi. Il nuovo asse di M5s, dem, Leu più altri del Misto, potrebbe dunque approvare il suo calendario e programmare l’informativa di Conte per il 20 agosto. Per la verità le comunicazioni di Conte per il 20 sono già acquisite: domani si tratta di bocciare la richiesta di calendarizazzione della mozione di sfiducia. E quindi il Pd dovrà votare insieme ai grillini contro la proposta della Lega che vuole fissare la mozione di sfiducia a Conte alla vigilia di ferragosto.
Romeo (Lega): “Nuova maggioranza? Domani vediamo” – “Abbiamo chiesto di votare al più presto la mozione di sfiducia a Conte: siamo disponibili a votare anche il giorno di ferragosto per parlamentarizzare la crisi e poi andare a votare. Loro vogliono solo a prendere tempo per mantenere le poltrone”, attacca il capogruppo della Lega Massimiliano Romeo. Che poi torna all’antica e difende Forza Italia. “Una nuova maggioranza M5s-Pd-Leu? Quando si vedranno i voti sulla sfiducia capiremo. Fi e Fdi sono sempre stati coerenti. È giusto che domani l’Aula voti sul calendario, anche se sembriamo non avere numeri”.
Di Maio: “Mai al tavolo con Renzi” – Fuori da date e numeri, invece, ci sono le parole. Al quarto giorno di crisi, continuano i botta e risposta. Il week end ha partorito proposte di governi di scopo (Matteo Renzi), rifiuti (Nicola Zingaretti), frenate sulle elezioni (M5s e Beppe Grillo) e desideri di corsa al voto (Matteo Salvini). Oltre ovviamente al dibattito interno al Pd, diviso tra la linea di Renzi – approvazione del tagliapoltrone e governo di scopo – e quella di Zingaretti – nessun accordo con M5s ma neanche una chiusura a un governo di legislatura. “L’obiettivo di oggi è quello di arrivare ad un nuovo governo, di che natura dovrà essere, lo vedremo in seguito. La crisi dovrà essere totalmente parlamentarizzata: le comunicazioni di Conte saranno la priorità”, dice Marcucci. Subito smentito da fonti vicine al segretario: “Quelle di Marcucci sono posizioni espresse a titolo personale”. Luigi Di Maio, intanto, chiarisce: “Nessuno vuole sedersi al tavolo con Renzi. Leggo di aperture, chiusure: il M5S vuole che si apra al taglio dei 345 parlamentari, inoltreremo la richiesta alla Camera. Non ci sono giochi di palazzo da fare, votiamo il taglio”.
