domenica 11/08/2019

SENZA RETE

 

La storia di una nazione non è nei parlamenti né sui campi di battaglia, ma in ciò che la gente si dice nei giorni di fiera e nei giorni di festa, e nel modo in cui lavora i campi, e bisticcia e va in pellegrinaggio.

William Butler Yeats

 

Dubito che Matteo Salvini abbia mai letto Yeats ma lo spirito animale che lo guida (calma, non è un’offesa ma segno di vitalità) ha certamente attinto al linguaggio della cosiddetta gente comune “nei giorni di fiera o quando bisticcia”. Il che va benone quando si arringano le folle in spiaggia, ma forse qualche problema lo potrebbe creare se e quando al posto della braghetta si dovrà indossare la grisaglia del premier poiché ovviamente palazzo Chigi non è il Papeete Beach.

Una luce straordinaria sulla tempra politica di Capitan Fracassa si ricava dalla ricostruzione, di primissima mano, dei suoi trafelati colloqui con Giuseppe Conte, pubblicata ieri sul “Fatto”, a firma Salvatore Cannavò. Una specie di massacro intellettuale che vede il giurista Conte infierire sullo studente somaro che nulla sa di regole parlamentari, di trattati europei e di procedure d’infrazione (“Guarda che quelli ti massacrano”). E infatti ecco il nuovo uomo della Provvidenza che subisce il liscio e busso con le orecchie basse, consapevole di aver bigiato la scuola, assente al Viminale, assente a Strasburgo, assente a Bruxelles e in ogni sede istituzionale.

Dove avrebbe potuto almeno imparare a far di conto, magari con l’ausilio di un vecchio pallottoliere, sullo spread che sale ogni volta che apre bocca. Davvero a questo Lucignolo perdigiorno gli italiani hanno deciso di affidare i loro destini (e risparmi)? A uno che fa perfino tenerezza quando scimmiotta il Duce con una frase di tragica comicità: “Chiedo agli italiani, se ne hanno voglia, di darmi pieni poteri per fare quello che abbiamo promesso di fare”. Proprio come Totò e Peppino a Milano nel celebre dialogo con lo sbalordito ghisa: “Dunque noi vogliamo sapere, per andare dove vogliamo andare, per dove dobbiamo andare?”. Abbiamo definito le elezioni uno strumento di igiene politica. Ma anche di igiene mentale.

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