sabato 06/07/2019
DA OXFORD – IN EUROPA CONTRO I GIORNALI DI CARTA VINCE L’ONLINE, MA SOLO SE GRATIS

Qual è il rapporto fra pubblico e media? Come vengono consumate le notizie? Qual è il livello di fiducia dei lettori nei mezzi d’informazione? L’impatto dei social? Le tendenze? Da otto anni l’analisi più completa e aggiornata è nel Digital Report del Reuters Institute for the Study of Journalism, autorevole centro di studi sul giornalismo dell’Università di Oxford.
L’edizione 2019 è il risultato di 75mila interviste in 38 paesi. E fotografa una tendenza inarrestabile: in tutto il mondo, la carta stampata è in declino, le notizie vengono lette online, sempre più sui telefonini, e sempre più attraverso i social. Interessante il caso italiano, dove c’è un massiccio utilizzo dei social da parte di forze politiche come i 5Stelle e Lega e Matteo Salvini è in assoluto il politico europeo con più followers su Facebook. Con il 78 per cento di utenti, la televisione è ancora la principale fonte di notizie, ma è tallonata dall’online con il 76 per cento. I social sono la principale porta d’accesso alle notizie online soprattutto per i giovani (18-24 anni) mentre in soli sei anni, dal 2013, la quota di consumo della carta stampata è scesa dal 59 al 25 per cento. Cresce però l’interesse per i podcast, al 30 per cento. E la fiducia? È associata al brand: su scala nazionale in Italia vince l’Ansa, Il Fatto quotidiano è al nono posto. Ma in generale, è un tasto dolentissimo. Solo 40 italiani su cento si fidano dei mezzi di informazione, un calo del 2 per cento in un anno: fra le ragioni, l’eccessiva partigianeria e dipendenza dalla politica. Che il giornalismo faccia in modo efficace da cane da guardia del potere lo credono solo 33 italiani su cento, percentuale da fondo classifica. In Francia sono 47, nel Regno Unito 42, e in tutta Europa cresce il numero di chi evita attivamente le notizie. Le ragioni? Per il Regno Unito la nausea da Brexit, per la Francia quella da saturazione di notizie sui Gilet gialli.
Non funzionano gli esperimenti di paywall. Quella di abbonamenti, donazioni o sottoscrizioni è una strada tentata dagli editori per rimediare al calo di vendite e alla migrazione degli investimenti pubblicitari su piattaforme come Facebook e Google. Ma per ora non salverà l’industria. La nazione più forte è la Norvegia, con solo il 37 per cento di abbonamenti. In Italia non si supera il 9 per cento, negli Stati Uniti, grande laboratorio di innovazione giornalistica, le sottoscrizioni sono stabili intorno al 16 per cento ma monopolizzati da testate come il New York Times e il Washington Post. E si pone un problema di uguaglianza nell’accesso all’informazione di qualità, che non tutti si possono permettere.
E poi, gli effetti del populismo sulle notizie, un tema così rilevante che il Rapporto gli dedica una capitolo a parte. I lettori con tendenze populiste sono in crescita in particolare nell’Europa orientale e meridionale e fra i gruppi di lettori più anziani, con redditi e istruzione più bassi, che si informano sui canali tv commerciali e i giornali scandalistici. Il rischio? La scomparsa dell’informazione di qualità, schiacciata da modelli di business insostenibili e dalla concorrenza di Big Tech. L’impatto sulla democrazia? Il dibattito è aperto.
