MASSIMO BUGANI Il braccio destro di Casaleggio: “Se non lo facciamo capiremo con sempre maggiori difficoltà chi può essere poco per bene”
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MASSIMO BUGANI
ASSOCIAZIONE ROUSSEAU
IL COLLOQUIO

(FEDERICO CAPURSO ROMA La Stampa)Ogni inciampo, ogni errore, ogni battuta d’arresto del Movimento 5 stelle, sono per Massimo Bugani la prova lampante della necessità di «riformare profondamente» il partito e di costruire una classe dirigente. Anche l’arresto per corruzione del presidente dell’Assemblea capitolina Marcello De Vito «dimostra che senza una gerarchia e senza strumenti di controllo, a livello territoriale e nazionale, capiremo con sempre maggiori difficoltà chi può essere una persona poco per bene, chi non c’entra nulla con noi, chi non sa gestire la pressione o dà di matto se le cose non vanno come vuole lui».

Il caso De Vito si sarebbe potuto verificare in Parlamento. E i danni, quindi, essere ben maggiori. Quando Bugani parla del Movimento, è sempre bene ascoltare. Max – come lo chiamano tutti – è uno di quegli ingranaggi nascosti nel cuore del partito, quasi invisibili, eppure fondamentali per il funzionamento del meccanismo. Di rado parla in pubblico, meno ancora in televisione, «ma faccio politica da una vita», puntualizza. Tanto da non essere più solo consigliere comunale a Bologna (ancora in carica e al secondo mandato).

Sponda Milano, prima diventa socio di Rousseau al fianco di Davide Casaleggio; poi, a Palazzo Chigi, ottiene un ufficio tutto suo con la targhetta alla porta che dice: «Vicecapo della segreteria particolare del vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio».

Eppure, nonostante incarni il concetto di “vertici di partito”, ha dovuto lottare a lungo per far passare l’idea che fosse necessario trasformare il Movimento e «strutturarlo, dargli una gerarchia ben definita, aprire alle liste civiche».

Ormai il tempo è «quasi finito, bisogna fare in fretta», sottolinea più volte, «altrimenti, moriremo». Di Maio, dopo la sconfitta in Abruzzo, gli ha finalmente dato ragione: «Il Movimento deve cambiare».

Per Max «è una grandissima soddisfazione». Sorride, ma si ferma a pensarci su: «Certo, i segnali erano arrivati da molto prima». Già dalle regionali in Sicilia del 2017, quando dopo un mese di campagna elettorale sul territorio con Di Maio e Di Battista, e la costruzione di un candidato forte come Giancarlo Cancelleri, il Movimento arrivò solo secondo. «In quel periodo sentii fare delle analisi strampalate. C’era chi diceva che avevamo perso per un soffio e che quindi ce la potevamo fare mantenendo tutto così. Una follia. Non capivano che quella era la prova che non avremmo mai vinto».

Su Rousseau la discussione degli iscritti per formulare le proposte di riforma è partita la settimana scorsa. Lunedì sarà il turno di deputati e senatori M5S. Alcune idee fanno però storcere il naso a Bugani. «Non tutti capiscono il motivo per cui abbiamo deciso di muoverci in questa direzione». C’è chi propone di eliminare il vincolo del doppio mandato per i consiglieri comunali, senza permettergli di approdare in Parlamento. Insomma, a vita in un consiglio comunale: «Non ha senso. La volontà di togliere il vincolo è dettata dalla necessità di costruire nei territori una classe dirigente e poi portarla in regione, in Parlamento o a Bruxelles. Non di farla marcire lì». Bugani è cosciente che rivoluzionare il Movimento non sarà una passeggiata. E che «le resistenze dei parlamentari e della base, nei territori, saranno forti. Non vorranno avere qualcuno che li coordini e che ne valuti l’operato, ma devono capire che è necessario per poter crescere ancora».

Aprire alle liste civiche sarà fondamentale. La Basilicata è già persa, così come il Piemonte. «Forse faremo in tempo a fare qualcosa nella mia Emilia Romagna, ma anche lì siamo molto in ritardo». Difficile farcela. «I primi veri effetti di questa riforma del Movimento si vedranno nel 2020». Nel frattempo, il dubbio: «Se non possiamo vincere, forse non dovremmo presentarci. Poteva avere un senso inserire dei consiglieri regionali di rottura, come facevamo un tempo. Ma adesso è diverso, siamo al governo, e presentarci solo per partecipare non ha più senso».