
Il capo che non vince più andrà avanti, ma più piano. Comunque verso il nuovo Movimento che vuole lui, ossia verso la struttura che renderà il Movimento un partito, con referenti regionali, una segreteria politica, l’apertura alle liste civiche e la cancellazione del limite del doppio mandato per i consiglieri comunali e (forse) per i sindaci. Perché è con un’impostazione simile che ha preso il 32,7 alle Politiche, con il nuovo M5S ordinato per filiere e spalancato agli esterni con giacca, cravatta e laurea.
Ed è il primo messaggio che Luigi Di Maio scandisce a una folla di giornalisti dentro la Camera. Assieme a una certezza, sventolata in faccia ai dissidenti: “Il capo politico sono io e lo resterò per altri quattro anni, come da Statuto”. Però dopo la disfatta in Abruzzo e la catastrofe in Sardegna i segnali di fronda aumentano e il malumore è un fiume nero. E racconta che tanti parlamentari e altrettanti attivisti non potrebbero tollerare una rivoluzione calata dall’alto, e in fretta. Così di buon mattino, letti i giornali, Di Maio capisce che è il caso di frenare. E convoca una conferenza stampa, in cui rassicura su tempi e modi della trasformazione. Precisando che si partirà a breve (lunedì, probabilmente) raccogliendo sul web, cioè sulla piattaforma Rousseau, le proposte degli iscritti, e che con gli eletti si faranno assemblee a tema. E solo dopo arriveranno le votazioni sulla rete. Cautele necessarie, perché nel corpaccione parlamentare già si parla di una controproposta, da presentare per evitare che il capo cali in solitudine i nomi dei venti referenti regionali e dei dieci membri della segreteria, insomma che si circondi (ancora) di fedelissimi. “Serve un metodo per arrivare a una rosa” spiegano alcuni veterani. Per poi far notare che c’è uno statuto di cui tenere conto.
E potrebbero avere ragione leggendo l’articolo 9 comma b, in base al quale le novità nel regolamento vanno discusse e approvate dal Comitato di garanzia, composto dalla capogruppo in Regione Lazio Roberta Lombardi, dal sottosegretario Vito Crimi e dal capogruppo in Sicilia Giancarlo Cancelleri. E la norma è dritta: “Il comitato su proposta del capo politico esamina ed eventualmente approva i regolamenti esecutivi necessari per l’attività dell’associazione”. E nel caso che il trio mostri pollice verso e il capo non accetti eventuali modifiche, si rimette tutto al voto degli iscritti, sul web. Nell’attesa c’è Di Maio, che all’ora di pranzo si presenta davanti alla stampa. E la sua prima verità è che politiche e amministrative non vanno mischiate, e a riprova cita una serie di disastri elettorali, dalla Calabria al Friuli Venezia Giulia, spesso piovuti a ridosso di successi a livello nazionale o in grandi Comuni. “Dal risultato non ci sarà nessun impatto sul M5S o sul governo”, giura. E pazienza “per quelle due o tre persone che parlano ogni giorno”, cioè per le senatrici Elena Fattori e Paola Nugnes. D’altronde “quando abbiamo preso il 42 alle politiche in Sardegna il candidato presidente ero io”. Cioè il capo, che nega frizioni con l’ex capo, Beppe Grillo: “Ci siamo sentiti anche dieci minuti fa”. Ma il piatto forte ovviamente è la struttura: “Tanta gente ci chiede aiuto, serve una organizzazione non calata dall’alto, che ci consenta di filtrare queste richieste”.
Quindi il modello è quello della campagna per le politiche: “Avevamo un referente per ogni regione, e candidati scelti per la loro competenza”. Ed è proprio i competenti e gli esperti che va cercando il capo, “per creare una generazione di classe dirigente”. Quindi “possiamo discutere di nuove regole per i consiglieri comunali, e del fatto che il loro secondo mandato non valga e possano candidarsi anche in Consiglio regionale o in Parlamento. Però per maturare quell’esperienza devi fare il primo mandato da consigliere”. Ma la deroga arriverà anche per i sindaci? “Ne discuterò con i parlamentari e con gli stessi sindaci”.
Tradotto, si apre una via alla ricandidatura di Virginia Raggi e Chiara Appendino. Poi c’è il nodo liste civiche, e Di Maio assicura: “Inizieremo con una sperimentazione, bisogna evitare trappole e le civiche fabbricate in provetta”. Soprattutto, fa capire che non vuole liste satellite del M5S. E insiste sull’importanza di parlare con imprese e categorie, il compito principale per i referenti regionali prossimi venturi. Poi, tra un passaggio e l’altro, ripete che gli attivisti dovranno votare sempre di più su Rousseau. Ed è anche un messaggio di pace a Davide Casaleggio, che non palpita per i cambiamenti in arrivo. Ma andrà come vuole Di Maio, che nel pomeriggio si riunisce a Palazzo Chigi con il ministro dell’Economia Giovanni Tria assieme al premier Conte e a Matteo Salvini. Lunedì Tria era andato in picchiata sul M5Sferito: “Nessuno verrà mai a investire in Italia se il Paese mostra un governo che non sta ai patti e cambia i contratti”. E il primo riferimento era al Tav.
Così ieri Di Maio glielo dice a quattr’occhi: “Sei il ministro di questo governo, e questo governo agisce in base a un contratto. Quindi lo devi rispettare anche tu, basta con queste dichiarazioni”. Sullo sfondo, il sottosegretario Stefano Buffagni, dimaiano, che a Circo Massimo è molto sincero: “Stiamo facendo una serie di errori, prima bisogna fare e poi comunicare. Al governo non si può continuare ad avere un approccio barricadero come prima”. E questo non lo cambi con nuove regole.
