STRUTTURA

DOMANI SU ROUSSEAU I NOMI DEI REFERENTI REGIONALI E PER LA SEGRETERIA. E DAI 5STELLE SALE LA RABBIA: “CALA TUTTO DALL’ALTO”

Sembrava una sconfitta, invece era una frana. Niente sorpasso sulla Lega, come pure raccontavano gli exit poll a cui si erano aggrappati come a una zattera. Niente “Movimento primo partito in Sardegna”, come strombazzavano domenica notte, e niente risultato a due cifre: ma tre voti su quattro persi rispetto alle Politiche, quelle del 42 per cento. Niente, se non macerie per i Cinque Stelle.

E la slavina del 9 per cento e qualcosa in Sardegna finisce tutta sulla testa di Luigi Di Maio, il capo politico, assediato. Con il candidato governatore Francesco Desogus, rimediato all’ultimo minuto, che lo dice ovunque: “Era una partita persa in partenza”. E che sull’Huffington Post picchia: “Metterci la faccia in questa partita per Di Maio non era utile”. E già risuona il tam tam di chi invoca la testa del vicepremier. Mentre la rabbia si fa solida, visto che i parlamentari hanno capito che il capo andrà dritto e in solitudine, nonostante o soprattutto per via della Sardegna. Perché domani sul web Di Maio calerà una “sua” struttura e una “sua” segreteria politica. Venti referenti (coordinatori) regionali e una segreteria con 5-10 persone, ripartite per temi.

Tutti, o quasi, graduati di sua fiducia, e gli iscritti sulla piattaforma Rousseau potranno solo ratificare votando sì o no. E può essere l’ultima ridotta del capo. Il fortino, costruito in faccia ai parlamentari che nel lunedì della disfatta proprio questo gli rimproverano, “tutti questi amici e fedelissimi che Luigi ha portato con sé al governo, gente scelta perché gli è leale ma che non è capace. E sono gli stessi che hanno fatto danni in Abruzzo come in Sardegna”. Un’accusa che trabocca, tra gli eletti che si attendevano un’assemblea in cui discutere delle nuove regole. Invece Di Maio ha cancellato la riunione congiunta che immaginava per oggi. Ha accelerato “perché non c’è più tempo, dobbiamo farlo ora” riassume un fedelissimo. Sincero: “Sarà un passaggio inevitabile ma sanguinoso, e c’è chi potrebbe andarsene”. Ma si farà.

E allora in giornata Di Maio appare davanti Palazzo Chigi, per assicurare che “il Movimento è vivo e vegeto” e per negare lo sfacelo: “Se si guarda agli altri partiti il M5S è in linea con tutte le altre forze, e per la prima volta eleggeremo consiglieri regionali in Sardegna”. A contare è però l’annuncio : “Si andrà avanti sulla riorganizzazione”. Sugli accordi con le liste civiche il leader frena, spiegando che “si partirà in via sperimentale” e che “bisognerà sentire gli iscritti, non sarà un percorso lampo”. Ergo, per le civiche si dovrebbe aspettare un altro po’. Proprio come per la novità più rumorosa, la cancellazione dell’obbligo del doppio mandato per consiglieri comunali e circoscrizionali e per i sindaci dei piccoli Comuni. Però il capo riflette ancora, su tempi e modi della svolta che non piace a Davide Casaleggio, e al Fatto il manager lo ha confermato domenica: “Della riorganizzazione chiedete a Di Maio”. E lui, il vicepremier, ieri replica con uguale gelo alla controproposta di Casaleggio junior: “Aumentare gli stipendi ai consiglieri comunali? Quelli non li decide il Movimento”. Fuori, piovono macigni. E il primo arriva dalla senatrice Paola Nugnes, vicina a Roberto Fico: “La leadership di Di Maio va rimessa in discussione, una riorganizzazione calata dall’alto non è la soluzione”. Poi c’è Alberto Airola, che al fattoquotidiano.it dice: “Il risultato deve far riflettere. E io resterei sempre con unica lista e un unico simbolo”. Si cambierà, comunque. “Il M5S di governo non può essere quello che era all’opposizione, serve più organizzazione” rilancia il sottosegretario dimaiano Mattia Fantinati.

Così ecco i referenti regionali, e si fanno già nomi. Come Max Bugani in Emilia Romagna, la consigliera regionale Valentina Corrado nel Lazio e l’eurodeputato Ignazio Corrao in Sicilia. Figure che avranno un paio di collaboratori a testa, e che dovranno parlare con le imprese, ricucire con le categorie. Quasi un’ossessione, per Di Maio. Poi ci sarà la segreteria, “senza membri dell’esecutivo” dicono. A proposito, ma il governo? Tiene, “nessun problema” assicurano Di Maio, Matteo Salvini e il premier Giuseppe Conte. Però conterebbe anche il come. Così un big dei 5Stelle osserva: “Salvini sta comodo con noi, lui cresce e noi precipitiamo, chi glielo fa fare di staccare la spina?”. E il leghista giura: “La mia parola vale 5 anni, dopo le Europee non chiederò mezzo ministro in più”. Generoso.

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