
Marcello Sorgi
Un testa a testa centrodestra-centrosinistra, con il primo in leggero vantaggio e il secondo all’inseguimento, con il candidato presidente, già sindaco di Cagliari, Zedda che potrebbe perfino prevalere sul sardista Solinas, grazie al voto disgiunto e al premio previsto dalla legge elettorale. I primi exit-poll (vedremo oggi i risultati) delle elezioni regionali in Sardegna confermano e accentuano la tendenza di due settimane fa in Abruzzo, con un crollo dei 5 Stelle che, se convalidato dallo spoglio delle schede che comincia stamane, è di dimensioni superiori a qualsiasi attesa.
A prima vista, si direbbe che rallenti l’avanzata che sembrava inesorabile di Salvini e del redivivo centrodestra, unito localmente ma tuttora diviso a Roma. Non sono stati premiati, o non lo sono stati com’era da aspettarsi, gli sforzi del leader leghista e del suo ministro dell’Agricoltura Centinaio per risolvere la protesta dei pastori, una frangia dei quali ieri mattina ha aggredito con un commando a viso coperto l’autista di un’autobotte, costringendolo a versare il latte sulla strada.
I voti di questi indomabili ribelli, che imitano nelle frange più estreme i gilet gialli francesi, non sono andati neppure ai 5 stelle: d’altra parte la pace siglata da Di Maio con l’ambasciatore francese Masset ha avuto come prezzo l’autocritica sulla superficiale alleanza con i manifestanti violenti di Parigi.
Con Salvini che non sfonda, il centrosinistra che rimonta e potrebbe vincere e i 5 stelle che crollano, dimezzando e oltre le percentuali «monstre» delle politiche di un anno fa, è possibile sebbene non automatico immaginare conseguenze nazionali di questo secondo appuntamento regionale, in vista del terzo che si terrà in Basilicata il 24 marzo, e del quarto, in Piemonte, forse preceduto dal referendum sul Tav, che coinciderà con il test generale delle Europee del 26 maggio. Il patto Salvini-Di Maio è destinato a reggere ancora un po’, ma cambiando natura. Non c’è alcun vantaggio, né di breve né di medio periodo che i due vicepremier potrebbero ricavare da una rottura, ma l’insistenza puramente propagandistica sulle polemiche quotidiane, seguite da improbabili rappacificazioni, ha reso alla fine il governo inconcludente e isolato sul piano internazionale, togliendogli ogni vantaggio competitivo e il prestigio necessario per risolvere anche un’ordinaria vertenza come quella dei pastori. Inoltre i destini dei due leader viaggiano ormai in direzioni opposte: Salvini, malgrado il risultato non esaltante della Sardegna, avanza incontrastato, specie dopo il voto della giunta delle immunità del Senato che gli ha evitato il processo.
Di Maio invece, dopo la spaccatura dei militanti sulla piattaforma Rousseau per la scelta del salvataggio del ministro dell’Interno, è alle prese con la contestazione interna che finora fatica a organizzarsi, anche perché la minoranza del 41 per cento uscita dalle urne elettroniche di Casaleggio è assai meno cospicua nei gruppi parlamentari pentastellati, dove spunta invece un partito sempre più consistente di poltronisti. La leadership del capo politico di Pomigliano ha cominciato a consumarsi, ma il declino potrebbe subire un’accelerazione, specie se la serie di risultati negativi dovesse allungarsi fino alle europee. Su un movimento privo di regole di democrazia interna e sostanzialmente eterodiretto dall’esterno, è difficile fare previsioni, anche se le voci di scissione, con la parte fichiana (del presidente della Camera Fico) che andrebbe all’opposizione e quella dimaiesca che si acconcerebbe a sostenere un governo d’emergenza a guida Salvini, qualcosa dicono: il governo e il minimo comune denominatore dell’alleanza giallo-verde potranno anche reggere, ma non sono più quelli di prima.
