giovedì 14/02/2019
DOPO LA SCONFITTA IN ABRUZZO IL CAPO POLITICO DISFA TUTTO: MENO WEB, PIÙ ESTERNI. GLI ORTODOSSI DI FICO GIÀ IN RIVOLTA

Il capo che doveva ricordare a tutti chi è il capo ha saltato il fosso. E dopo la grandine elettorale in Abruzzo ha calato la sua risposta, ossia che il Movimento deve diventare un partito, vero. Nonostante Davide Casaleggio, l’erede che non voleva saperne di toccare i codici del padre Gianroberto. E chissà se e quanto malgrado Roberto Fico, l’ortodosso che non avrebbe mai voluto un capo politico nel suo Movimento, a meno che non fosse Beppe Grillo. Invece comanda Luigi Di Maio, che ieri sul blog delle Stelle ha annunciato la sua rivoluzione, un M5S con una struttura: concreta. Con un capo politico chiaro, lui, affiancato però da una segreteria politica. E con norme nuove: quindi sì ad accordi elettorali con le liste civiche, come predicava da tempo un veterano come Max Bugani, e sì anche alla cancellazione del vincolo dei due mandati per gli eletti locali. Novità che per ora sono ancora “delle proposte”, che dovranno essere costruite anche con i parlamentari e poi votate dagli iscritti sul web, il liquido amniotico del M5S.
Ma il vicepremier vuole sempre più uscire dalla dimensione on line. E pensa a un M5S radicato sui territori, spalancato anche a candidati esterni, della società civile, e comunque con nomi filtrati per competenza e visibilità. Come aveva fatto aprendo agli esterni nei collegi uninominali per le Politiche e come farà anche per le Europee di maggio, con capilista scelti da lui: anche esterni. Insomma, Di Maio insiste e spariglia. Perché sulla graticola per l’Abruzzo e il costante precipitare nei sondaggi ci è finito lui, ed è logico. Ma c’è anche altro. C’è il Giuseppe Conte che da Palazzo Chigi ultimamente suona spesso note differenti, dissimulate tra toni felpati. C’è un gruppo parlamentare che avverte la distanza dal M5S di governo, e che non ha mai adottato Di Maio come capo, guardandolo più come il primo della classe che come leader. E c’è Casaleggio, che sul vicepremier aveva puntato con un patto tra moderati. Ma che pretendeva di lasciare così com’erano i comandamenti del padre, di Gianroberto.
Invece no, il Di Maio infinitamente più politico di lui ha deciso che ora basta, i tempi sono cambiati. Quindi spazio alla rivoluzione, come lo stesso vicepremier ha anticipato a Casaleggio a Milano, lunedì scorso: “Dobbiamo cambiare”. E l’erede ha dovuto rassegnarsi. Anche perché ora è debole, visto che una caterva di parlamentari è furibonda con lui, innanzitutto per il rompicapo delle restituzioni. Non ne possono più di dover dare ogni mese 300 euro del proprio stipendio alla piattaforma Rousseau gestita dalla Casaleggio. E ci sono veleni anche suRousseau, che in Abruzzo avrebbe “paracadutato nomi da una provincia all’altra, e ci abbiamo rimesso voti”.
LA STRUTTURA
Si pensa a una sorta di segreteria. Niente stop dopo 2 mandati se uno è “locale”
Così serve anche qualcosa di diverso dal web, scrive Di Maio: “Dobbiamo affrontare il tema dell’organizzazione nazionale e locale, aprire ai mondi con cui sui territori non abbiamo mai parlato a partire dalle imprese, decidere se guardare alle liste civiche sul territorio. E questo processo richiederà mesi”. Sarà finito per le Regionali in Emilia Romagna, in autunno. E chissà come ci arriverà Di Maio, che avverte: “Per le amministrative serve sempre un percorso che preveda incontri con categorie, mondo del sociale, amministratori. Non improvvisando come a volte accade”. Ma nel post ci sono altre punture di spillo. E una è addirittura per Grillo: “Continueremo sempre a restituire gli stipendi, a costruire le trazzere, a regalare le ambulanze”. Ed è un dardo per il fondatore, che da un palco di Bologna aveva scherzato: “Gli abruzzesi ci ridiano i 700mila euro che gli abbiamo dato lo scorso anno, quattro ambulanze e gli spazzaneve a turbina”. Invece Di Maio non scherza affatto. E morde anche Matteo Salvini: “ Il M5S oggi è l’unico argine a Berlusconi ministro della Giustizia o dell’Economia”. Ossia, senza di noi la Lega starebbe col Caimano.
Nell’attesa, diversi parlamentari invocano fuori taccuino: “Ora la segreteria vogliamo votarla”. Ma a contare sono soprattutto le voci in chiaro. Quelle degli eletti vicini a Fico, che fiutano l’addio a vecchi princìpi. Così ecco il presidente della commissione Cultura di Montecitorio, Luigi Gallo: “C’è un solo modo per ripartire: fare le cose giuste seguendo principi, lavori e programma del M5S. C’è chi semina paura e odio, noi seminiamo compassione”. Tradotto, il vero nodo è il patto con la Lega. E poi c’è un altro deputato, Riccardo Ricciardi: “Militanza è la gente che monta i banchetti, non chi se ne sta alla finestra tutto l’anno e poi, sotto elezioni, grazie a un’iscrizione a Rousseau può rappresentare i cittadini”. Ergo, no agli esterni calati dall’alto. Cioè da Di Maio.
