domenica 03/02/2019

IL PERSONAGGIO

FIDUCIA – UNA SINDACA, UNA VICEMINISTRA E L’INCARICO ACCORDATO A UN PERSONAGGIO QUANTOMENO OPACO

La prima questione, da porre subito, è una presa d’atto. Questa: se, come diceva Agatha Christie, “un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, tre indizi sono una prova”, allora nel caso di Chiara Appendino (e in qualche modo della viceministra Laura Castelli) siamo ormai vicini al livello di guardia.

In attesa che la giustizia faccia il suo corso e che la presunzione di innocenza sia resa vana oppure no da una condanna definitiva, quello che possiamo dire infatti – e senza possibilità di essere smentiti –, è che la sindaca di Torino (e oggi una viceministra, anch’essa esponente dei Cinquestelle) hanno avuto a che fare con un personaggio quantomeno opaco, abituato a usare comportamenti poco ortodossi, ad agire secondo i metodi e i costumi tipici dei portaborse e dei flaneur del “sottogoverno” e a concepire la professione giornalistica più come un’occasione per campare che per informare i cittadini.

A un simile soggetto, la sindaca per prima, e poi l’onorevole Castelli (ma dopo che era già stato congedato dall’Appendino in seguito all’apertura nei suoi confronti di un’inchiesta: e questa, restando nelle similitudini del processo penale, per la viceministra potrebbe essere considerata una “aggravante”) hanno affidato uno dei compiti più difficili per lo staff di un politico o di un amministratore: il ruolo di “portavoce”. Pronto a vessare i colleghi giornalisti, ricevendone in cambio, in qualche caso, allora il servo encomio e oggi il codardo oltraggio. Quanto alla sindaca di Torino, anche per lei sembra possibile indicare una “aggravante”: quella di aver consentito al proprio “portavoce” di invadere il campo ben oltre la sua attività di amministratrice e di politica. Sino a metterlo in condizione di attuare, sostengono i pm, un’estorsione nei suoi confronti.

Un portavoce, Luca Pasquaretta, che nei mesi scorsi era stato già indagato per peculato (il “primo indizio” della Christie) e adesso per aver compiuto addirittura un reato più grave (il “secondo indizio”). C’è dunque bisogno di un “terzo indizio” (peraltro non improbabile in futuro) per poter affermare che sia Appendino sia Castelli hanno peccato di leggerezza nello scegliersi uno sconosciuto collaboratore di pagine sportive (quelle dove si parla sempre bene della Juventus e dei suoi padroni), frequentatore (con il mito di Luciano Moggi, che chiama ancora il “direttore”) di sguaiati talk sportivi di emittenti locali, addetto stampa di concessionarie d’auto e già consulente di una manifestazione denominata “Torino Erotica”?

La seconda questione consiste invece in un interrogativo. Ma quale segreta pulsione, quale attrazione fatale irresistibile e implacabile sembra sempre spingere alcuni degli esponenti più in vista del M5S(soprattutto nelle amministrazioni comunali) verso personaggi discutibili e pronti, prima o poi, a trasformarsi in un boomerang di credibilità e di immagine per i Cinquestelle?

Non certo la complicità o la disonestà: non è così a Torino e non è stato così a Roma per il caso Raggi-Marra. Le spiegazioni possibili allora sono due: quella dell’opposizione e della furibonda propaganda giornalistica antigrillina che, nella migliore delle ipotesi, parlano di inadeguatezza, in quella peggiore, di colpevole incompetenza; e quella – probabilmente più obiettiva – che invece si potrebbe definire “dell’inutile illusione dell’innocenza”.

L’innocenza (illusoria e perciò inutile) intesa come liberazione dal “peccato originale” di chi, costruendo la propria credibilità solo sull’essere “fuori dal mondo” (il mondo della casta e della mala politica), non riesce poi a capire il “mondo” e a difendersi: arruolandone, senza filtri, gli esponenti peggiori. Torino, come già Roma, interrogano i Cinquestelle ancora di più dell’esperienza di governo di Luigi Di Maio. Si può sopravvivere pensando che per fare politica basti sempre e solo una candida improvvisazione?

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